Indagine Banca d’Italia sui redditi da lavoro

22 Aprile, 2009

images1La Banca d’Italia ha reso noti i risultati di un’indagine conoscitiva sui redditi da lavoro e sulla redistribuzione della ricchezza in Italia, e i dati risultano a dir poco allarmanti. Dall’indagine emerge sempre più chiaramente che a pagare il prezzo più alto della crisi attuale, e più in generale degli ultimi quindici anni (il periodo esaminato è 1993/2008), sono sempre le categorie più disagiate, più “a rischio”, e in particolare gli operai e gli impiegati. Se infatti la percentuale di ricchi e di poveri rimane pressoché stabile, la forbice si differenzia in base alle categorie: autonomi, pensionati e dirigenti hanno visto salire i propri redditi, mentre fra operai e impiegati è aumentata la quota di nuclei familiari a basso reddito. Inoltre, il reddito disponibile equivalente è cresciuto dell’1,2 % l’anno, tuttavia per gli autonomi la crescita è stata del 2,6 %, mentre per gli operai dello 0,6, con il risultato che la percentuale dei “poveri” (coloro che percepiscono un reddito inferiore al 60 % di quello medio nazionale) è balzata per gli operai dal 27 al 31 % e per gli impiegati dal 7 all’8 %, mentre è notevolmente calata per gli autonomi. Questo dimostra che per anni la sofferenza dei salari è stata alta e che le condizioni dei salari stessi e dei redditi dei lavoratori appartenenti alle categorie più “a rischio” sono cresciuti in modo risibile. Il governo, soprattutto in questo periodo di profonda crisi, non può permettersi di sottovalutare questa realtà.


la crisi finanziaria e l’economia reale

18 Ottobre, 2008

Qualche giorno fa scrivevo a proposito dell’incremento dei dati sulla cassa integrazione e dell’annuncio di Confindustria, circa la revisione al ribasso della loro precedente previsione sull’andamento del Pil per il prossimo anno, che sanciva l’ingresso dell’Italia nella recessione. Ancora ieri tornavo sull’argomento parlando del documento sulla situazione economica del Pd. Ora l’Istat conferma che l’emergenza finanziaria tocca l’economia reale. I dati che il nostro Istituto di statistica ci fornisce riguardano l’andamento dell’industria nel mese d’agosto: il fatturato crolla dell’11%; gli ordinativi del 5,2%; il deficit del commercio estero sale al 2,1 miliardi di euro. E, soprattutto, la produzione cala del 14,3%. Dati allarmanti, in particolare se riferiti ad un mese nel quale il disastro finanziario non aveva ancora raggiunto i livelli di questo mese. La contrazione dei redditi da lavoro e da pensione, riducono i consumi e di conseguenza la produzione. Una spirale che andava già spezzata mesi fa; che il Governo avrebbe dovuto interrompere intervenendo, come abbiamo chiesto inascoltati come partito democratico e come sindacati, per via fiscale sostenendo i redditi degli italiani; che sarebbe sciagurato se si ritardasse ulteriormente. Le proposte del Pd sono in campo e rappresentano l’unica ricetta per difendere l’economia reale del nostro paese dagli effetti della crisi finanziaria mondiale. Il Governo per lo più continua a tacere, a far finta di non guardare la realtà di un paese che di giorno in giorno si impoverisce, a voltare la testa dall’altra parte di fronte alla fotografia della povertà del nostro paese, segnalata drammaticamente dalla Caritas e quando parla…   


le controproposte del Pd sul decreto 112

30 Luglio, 2008

Questa mattina il gruppo Pd del Senato ha indetto una conferenza stampa, presenti Anna Finocchiaro e Walter Veltroni, nella quale abbiamo dato conto della battaglia che abbiamo iniziato  per cambiare il decreto 112. Abbiamo in particolare illustrato il principale emendamento che presentiamo teso a colmare una lacuna del governo – eufemismo – impostativa del decreto. E cioè proponiamo di stanziare cinque miliardi a favore del lavoro dipendente. E’ scandaloso infatti che la vera manovra di politica economica del governo, rappresentata proprio da questo decreto, non preveda nulla per aumentare il reddito di chi lavora. Questa maggioranza sembra pensi a tutto – in realtà si è occupata solo degli interessi del suo Capo – tranne agli stipendi falcidiati dall’inflazione, una vera e propria tassa che si abbatte come una mannaia in particolare sui redditi da lavoro. Tenete conto che stanno per iniziare le ferie e classicamente, la ripresa è condizionata da una impennata dei prezzi. C’è quindi da aspettarsi che a settembre la situazione delle spese delle famiglie si aggraverà ulteriormente. Proponiamo, quindi, un intervento rilevante per aumentare le detrazioni per la produzione del reddito – voce fiscale riferita solo al lavoro dipendente – e un incentivo fiscale per le quote di salario frutto della contrattazione di secondo livello. Per questa via, tra l’altro, lo Stato svolgerebbe una funzione positiva  di sostegno al difficile negoziato tra le parti sociali per definire un nuovo protocollo del 23 di luglio. Nella conferenza stampa abbiamo anche parlato delle due brutture rappresentate dai due famosi emendamenti sui precari e l’assegno sociale. Prendiamo atto della retromarcia del governo, frutto della reazione provocata nell’opinione pubblica. Detto ciò, poiché “una tutta giusta” la maggioranza non la fa – è più forte di loro – anche la riscrittura degli emendamenti stessi è sbagliata, perché nel primo caso resta palese la incostituzionalità e, nel secondo, siamo in presenza di una vera e propria norma razzista. Ci ritornerò…..


Un altro decreto che non fa del bene….

16 Luglio, 2008

Ieri abbiamo (meglio dire: hanno) approvato un ennesimo decreto legge. Questa volta si tratta del n. 97, un insieme di disposizioni in materia di monitoraggio e trasparenza della spesa pubblica e di fisco. Cose difficili da spiegare e che non “scaldano” i cuori della stragrande maggioranza dei cittadini, ma che incidono comunque su persone e imprese, su scelte di politica economica e sulla macchina pubblica. E’ un provvedimento che tratta, quindi, più cose. Vorrei darvi conto di tre questioni lì trattate. La prima riguarda il sostanziale svuotamento del credito d’imposta, cosa che penalizza gli investimenti delle aziende nel mezzogiorno e, per questa via, in particolare il sud, ma anche l’intero paese, la sua capacità di crescita e di sviluppo. Si cancella uno strumento che ha dimostrato la sua efficacia e si reintroduce, sostanzialmente, un vecchio pallino di Tremonti (2002) che ha già dimostrato la inadeguatezza, poiché basato su un tetto di spesa annuale, su un sistema a rubinetto che impone limiti alla fruizione dei benefici, comporta oneri burocratici e spese per le imprese che vogliano accedervi e, infine, che determina una pesante ingerenza politico-amministrativa nelle libere scelte delle imprese. La seconda riguarda la volontà del Governo di  smantellare alcuni strumenti di contrasto all’evasione e al lavoro nero. In che altro modo si spiegano, infatti, l’eliminazione della responsabilità  solidale del committente, con l’appaltatore, oppure l’attenuazione o il rinvio  degli adempimenti in materia di salute e sicurezza, testando qui le idee del Ministro del lavoro, di cui vi ho già ampiamente detto?  Infine, una vera e propria perla! Una “normetta” – qui si che qualche cuore si scalda – con la quale si toglie il tetto agli stipendi dei manager pubblici. Cioè, mentre il Governo, fissa l’inflazione programmata all’1,7%,  meno della metà di quella rilevata dall’Istat, per non parlare di quella percepita dai cittadini che fanno la spesa tutti i giorni, con le conseguenze nefaste per i salari, stipendi e pensioni dell’universo mondo, libera da ogni tetto la retribuzione – com’è noto, spesso “assai scarsa” – per alcuni che stanno già nelle grazie (o che si vuole “conquistare”) di chi governa. Che ne dite? Alice, un’amica, risponderebbe: n’ce se crede!


Anche l’Ocse certifica che in Italia si lavora di più e si guadagna meno

7 Luglio, 2008

L’indagine Ocse pubblicata in questi giorni ha purtroppo evidenziato, nero su bianco, una realtà che i lavoratori italiani conoscono fin troppo bene. A salari e stipendi bassi (più bassi della media Ocse di quasi il 20% e del 17% rispetto all’area Euro) corrispondono un numero di ore lavorate molto elevate. Se si considera, poi, il salario in termini di potere di acquisto reale le cose vanno ancora peggio. A questa non rosea situazione di stipendi e salari vanno poi aggiunti i dati che riguardano la scarsa occupazione femminile che nel nostro paese coinvolge solo il 46% contro una media Ocse del 57% ed una media dei paesi area Euro del 59%. Che dire, per un governo che avesse davvero a cuore i problemi del paese ci sarebbe da rimboccarsi le maniche….invece l’agenda di chi ci governa non prevede in alcun modo di occuparsi di questa vera e propria emergenza nazionale rappresentata da salari e pensioni. Un’ultima annotazione per il ministro Sacconi che confonde spesso produttività con il lavorare di più. Spero che la lettura e i dati Ocse lo convincano che lavorare di più non significa aumentare la produttività (vedi detassazione degli straordinari!!)


Umiltà cercasi

5 Luglio, 2008

Senza voler tirare nessuno per la “giacchetta”, e meno che mai il Governatore della Banca di Italia Mario Draghi, è innegabile che questi durante l’audizione di giovedì scorso presso le commissioni Bilancio di Camera e Senato si sia espresso abbastanza nettamente sulla manovra. Fortunatamente per Tremonti, Draghi nella sua analisi ha prospettato dei buoni correttivi che si potrebbero operare su questa manovra: combattere l’inflazione (e non ignorarla), far ripartire la produttività tagliando le tasse sugli stipendi – per restituire reddito disponibile alle famiglie – e sulle imprese – per sviluppare con l’investimento la ricerca e lo sviluppo. Non mi aspetto che il Ministro, colpito da un alito divino di umiltà, colga tali suggerimenti; di più non mi meraviglierebbe affatto vederlo tirar dritto sulla Robin Tax, il cui costo purtroppo sarà sopportato dai consumatori, o sulla Banca del Sud, che sarà una futura draga danaro come a suo tempo lo fu la Cassa del Mezzogiorno. Purtroppo, temo, che non vi sia peggior sordo di chi non vuol sentire.


Il Dpef e la “distrazione” su salari e pensioni

3 Luglio, 2008

Vi parlerò spesso, nei prossimi giorni, del Documento di programmazione economica e finanziaria 2009-2013 e dei decreti sostanzialmente ad esso collegati. Ma vi dico subito che la cosa che più colpisce del Documento è l’assenza totale del tema vero della politica economico-sociale del Paese: la questione salariale e dei redditi da pensione. Solo Tremonti e gli altri Ministri, neppure in una manciata di secondi dei nove minuti impiegati per approvarlo, non si sono ricordati di questo “particolare” e questa mi pare onestamente una colpa grave. Tenderei ad assolvere il Presidente del consiglio, poiché sappiamo assai impegnato, in ogni istante ed esclusivamente, a pensare come legiferare per se stesso. Come abbiano potuto il Ministro dell’economia e gli altri a “distrarsi” su questo punto, ancora non riesco a spiegarmelo. Anche perché, quando hanno deciso la percentuale di inflazione programmata, qualche secondo a riflettere sulle implicazioni avran ben dovuto spenderlo. E allora, come può non esser loro venuto in mente la vera e propria emergenza nazionale rappresentata dagli stipendi e dalle pensioni, visto lo stretto rapporto fra questi e il tasso d’inflazione programmata? Insisto: comprendo il Presidente del consiglio, ma loro…   


Produttività ferma + inflazione in corsa = salari al palo.

30 Giugno, 2008

Anche per Confindustria sia nel 2008 che 2009 ci sarà un rallentamento dell’occupazione, retribuzioni reali al palo per colpa del caro energia e un PIL fermo. Purtroppo è la fotografia di un paese economicamente immobile. Scorrendo il rapporto del Centro Studi mi ha lasciato perplesso il fatto che consideri opportuno un coefficiente di inflazione programmata all’1,7% che sostanzialmente è la premessa ad un ulteriore indebolimento di stipendi e salari. Ad ogni modo auspico che nel secondo semestre di quest’anno la produttività – il problema più grande che ha l’Italia e che accomuna lavoratori ed imprenditori – riesca ad aumentare nonostante le fantasiose linee politiche di sviluppo del Governo Berlusconi e del Ministro Scajola. Così come mi auguro che il negoziato tra le parti sociali per una nuova struttura della contrattazione e delle relazioni industriali possa portare a soluzione la grande emergenza del paese: i salari!


L’emergenza salariale è una priorità assoluta

23 Giugno, 2008

Inserendo nel DPEF un tasso di inflazione  programmata dell’1,7% il governo decide deliberatamente di tagliare il potere di acquisto dei salari. Secondo i dati Istat, lo scorso maggio l’inflazione ha raggiunto il 3,5%, il livello più alto dal 1996; e secondo molti osservatori economici oggi in Italia ad un tale tasso va aggiunta una ulteriore variazione positiva nell’arco dello 0,3/0,4% dovuta principalmente alla crisi dei mutui ed all’instabilità del costo del petrolio. In più c’è da aggiungere che l’inflazione conteggiata sui maggiori consumi delle famiglie risulta essere del 5,5%. In Italia la perdita del potere di acquisto di salari e stipendi è netta da ormai molti anni e – anche grazie al sempre più generalizzato ricorso a modelli contrattuali precari che si è avuto in questi anni – si sta determinando una classe di così detti “working poor”. Le stime della CGIL parlano chiaro: se il governo confermasse un tasso di inflazione programmata dell’1,7%, la perdita per un salario di 25mila euro sarebbe di 1.000 euro in due anni. Emergono dunque le vere priorità di questo governo, le cui urgenze rimangono quelle stesse che il nostro paese ha sperimentato in passato: aggirare grane giudiziarie, bloccare l’ascensore sociale garantendo il mantenimento economico e sociale dello “stasus quo” ignorando nei fatti i problemi reali del paese anche attraverso una accurata operazione di marketing dell’informazione. Un governo che volesse definire responsabile la propria azione avrebbe il dovere di rivedere la sua agenda di priorità in funzione dell’esigenze del paese: l’emergenza salariale è una priorità assoluta.L’inflazione è un indicatore in termini percentuali della variazione relativa (nel tempo) del livello generale dei prezzi: ossia indica la variazione del potere d’acquisto della moneta. Un innalzamento del  tasso di inflazione da un mese ad un altro, comporta una riduzione proporzionale dei beni acquistabili con quella stessa quantità di moneta: ossia con lo stesso stipendio possono essere comprati meno beni.

Questo indicatore segna oggi un violento temporale. Se si assumesse quel tasso di inflazione programmata per salari e stipendi, sarebbe una tempesta.

In più, vorrei richiamare la vostra attenzione su un fatto politico che a me pare rilevante: con questa decisione il governo entra a gamba tesa sul negoziato tra le parti sociali per la riforma della contrattazione e, nel giro di pochi giorni, è la seconda volta che ciò accade. Ha iniziato infatti il ministro del lavoro con le sue esternazioni sulla deregulation e adesso il ministro dell’economia rilancia. La domanda legittima da porsi a questo punto è la seguente: ma il governo è davvero interessato a una positiva conclusione di quel negoziato?


Allarme inflazione, prezzi, salari, pensioni

3 Giugno, 2008

In questi giorni molte sono state le notizie, i commenti, le prese di posizione in tema di salari e dintorni. L’Istat, per esempio, ci ricorda che la povertà esiste davvero, che le famiglie non ce la fanno ad arrivare a fine mese; l’Istituto stesso ci dice anche che l’inflazione di maggio è arrivata al 3,6% – mai così alta dall’agosto del 1996 – e che nella lista degli apprezzamenti, oltre all’impennata dei prezzi energetici che ci accompagna ormai da mesi, i generi alimentari sono aumentati, in ragione d’anno, del 5,7% e che, addirittura, il pane è rincarato del 12,9% e la pasta del 20,4% rispetto all’anno scorso; la Federconsumatori, che contesta il dato ufficiale ritenendolo sottostimato, ritiene che le famiglie subiranno un aggravio di spesa di 1973 euro annui; il Governatore della Banca d’Italia indica la necessità di riduzione di alcune importanti aliquote d’imposta per migliorare le aspettative delle famiglie; il Segretario generale della Cgil rilancia la priorità di interventi generalizzati a sostegno dei salari e delle pensioni; Veltroni  ribadisce che salari, stipendi e pensioni rappresentano una vera e propria emergenza nazionale.

Il Governo, di fronte a tutto ciò che fa? Detassa gli straordinari e abolisce l’Ici. Dà, cioè, un po’ di soldi in più a chi può fare qualche ora di straordinario, nei periodi in cui l’azienda ne ha bisogno e alle famiglie agiate che non erano ricompresse nella cancellazione dell’Ici decisa dal Governo Prodi per oltre il 40% dei possessori di prima casa. Due interventi, perciò, che, al di là di cosa se ne possa pensare nel merito, ed io non ne penso affatto bene, non hanno il carattere di un intervento generalizzato su fasce di reddito da lavoro dipendente e da pensione che, prioritariamente, ne avrebbero un gran bisogno. Se l’emergenza è davvero delle dimensioni descritte c’è bisogno di misure urgenti in grado di sostenere i redditi e rilanciare i consumi. Il Pd le ha avanzate in campagna elettorale e le rilancia oggi. Vanno dal buono di 600 euro per tre milioni di famiglie bisognose, da spendere in negozi convenzionati prevedendo anche il diritto ad ulteriore sconto del 5 – 10%, all’aumento delle detrazioni per produzione del reddito al lavoro dipendente e all’estensione ad un’altra fascia di pensionati, oltre a quella che già ne ha beneficiato, di quella sorta di quattordicesima istituita dal Governo Prodi. E poi interventi fiscali per alleggerire le tasse sul salario aziendale frutto della contrattazione fra imprese e sindacati, finalizzati all’aumento della produttività e a favorire l’estensione della contrattazione e di relazioni sindacali più strutturate e positive per gli interessi dell’azienda e di chi vi lavora.