Ieri abbiamo (meglio dire: hanno) approvato un ennesimo decreto legge. Questa volta si tratta del n. 97, un insieme di disposizioni in materia di monitoraggio e trasparenza della spesa pubblica e di fisco. Cose difficili da spiegare e che non “scaldano” i cuori della stragrande maggioranza dei cittadini, ma che incidono comunque su persone e imprese, su scelte di politica economica e sulla macchina pubblica. E’ un provvedimento che tratta, quindi, più cose. Vorrei darvi conto di tre questioni lì trattate. La prima riguarda il sostanziale svuotamento del credito d’imposta, cosa che penalizza gli investimenti delle aziende nel mezzogiorno e, per questa via, in particolare il sud, ma anche l’intero paese, la sua capacità di crescita e di sviluppo. Si cancella uno strumento che ha dimostrato la sua efficacia e si reintroduce, sostanzialmente, un vecchio pallino di Tremonti (2002) che ha già dimostrato la inadeguatezza, poiché basato su un tetto di spesa annuale, su un sistema a rubinetto che impone limiti alla fruizione dei benefici, comporta oneri burocratici e spese per le imprese che vogliano accedervi e, infine, che determina una pesante ingerenza politico-amministrativa nelle libere scelte delle imprese. La seconda riguarda la volontà del Governo di smantellare alcuni strumenti di contrasto all’evasione e al lavoro nero. In che altro modo si spiegano, infatti, l’eliminazione della responsabilità solidale del committente, con l’appaltatore, oppure l’attenuazione o il rinvio degli adempimenti in materia di salute e sicurezza, testando qui le idee del Ministro del lavoro, di cui vi ho già ampiamente detto? Infine, una vera e propria perla! Una “normetta” – qui si che qualche cuore si scalda – con la quale si toglie il tetto agli stipendi dei manager pubblici. Cioè, mentre il Governo, fissa l’inflazione programmata all’1,7%, meno della metà di quella rilevata dall’Istat, per non parlare di quella percepita dai cittadini che fanno la spesa tutti i giorni, con le conseguenze nefaste per i salari, stipendi e pensioni dell’universo mondo, libera da ogni tetto la retribuzione – com’è noto, spesso “assai scarsa” – per alcuni che stanno già nelle grazie (o che si vuole “conquistare”) di chi governa. Che ne dite? Alice, un’amica, risponderebbe: n’ce se crede!
Un altro decreto che non fa del bene….
16 Luglio, 2008Pessime notizie dall’economia
16 Luglio, 2008
Pessima giornata quella di ieri par l’economia. Non che quelle che l’hanno preceduta, da ormai qualche settimana, siano state meglio… Ma certo, la combinazione delle notizie sull’andamento assai negativo delle borse, specie le europee, con la perdita di 2-3 punti percentuali e quelle sui dati della Banca d’Italia e dell’Istat, rispettivamente sul tasso di crescita del Pil allo 0,4% quest’anno e, soprattutto, anche l’anno prossimo e sull’ultimo indice dell’inflazione al 3,8%, che dovrebbe anche risultare essere il tasso di tutto il 2008, rende davvero pessima la giornata di ieri. I mercati finanziari si stanno confrontando con i dissesti bancari prodotti dalla vicenda dei mutui immobiliari negli Usa e con la sensazione d’insicurezza, se non proprio di paura, che producono. D’altra parte basta vedere la corsa agli sportelli bancari in California per avere la misura della gravita della situazione. Ma vi è anche la preoccupazione indotta dall’escalation del costo delle materie prime. Non solo del petrolio, ma anche dei generi di prima necessità, con il carico che ne deriva sul fronte dell’inflazione e le conseguenze pesanti sulle condizioni di vita di chi lavora e di chi è più debole. Crisi delle borse, impennata dell’inflazione, aspettative di crescita vicino allo zero. Non c’è che dire: un Governo normale dovrebbe non darsi pace nella ricerca delle soluzioni. Ma, purtroppo, quello italiano è troppo impegnato a risolvere i problemi personali e giudiziari del suo leader e quindi…
Umiltà cercasi
5 Luglio, 2008
Senza voler tirare nessuno per la “giacchetta”, e meno che mai il Governatore della Banca di Italia Mario Draghi, è innegabile che questi durante l’audizione di giovedì scorso presso le commissioni Bilancio di Camera e Senato si sia espresso abbastanza nettamente sulla manovra. Fortunatamente per Tremonti, Draghi nella sua analisi ha prospettato dei buoni correttivi che si potrebbero operare su questa manovra: combattere l’inflazione (e non ignorarla), far ripartire la produttività tagliando le tasse sugli stipendi – per restituire reddito disponibile alle famiglie – e sulle imprese – per sviluppare con l’investimento la ricerca e lo sviluppo. Non mi aspetto che il Ministro, colpito da un alito divino di umiltà, colga tali suggerimenti; di più non mi meraviglierebbe affatto vederlo tirar dritto sulla Robin Tax, il cui costo purtroppo sarà sopportato dai consumatori, o sulla Banca del Sud, che sarà una futura draga danaro come a suo tempo lo fu la Cassa del Mezzogiorno. Purtroppo, temo, che non vi sia peggior sordo di chi non vuol sentire.
L’emergenza salariale è una priorità assoluta
23 Giugno, 2008Inserendo nel DPEF un tasso di inflazione programmata dell’1,7% il governo decide deliberatamente di tagliare il potere di acquisto dei salari. Secondo i dati Istat, lo scorso maggio l’inflazione ha raggiunto il 3,5%, il livello più alto dal 1996; e secondo molti osservatori economici oggi in Italia ad un tale tasso va aggiunta una ulteriore variazione positiva nell’arco dello 0,3/0,4% dovuta principalmente alla crisi dei mutui ed all’instabilità del costo del petrolio. In più c’è da aggiungere che l’inflazione conteggiata sui maggiori consumi delle famiglie risulta essere del 5,5%. In Italia la perdita del potere di acquisto di salari e stipendi è netta da ormai molti anni e – anche grazie al sempre più generalizzato ricorso a modelli contrattuali precari che si è avuto in questi anni – si sta determinando una classe di così detti “working poor”. Le stime della CGIL parlano chiaro: se il governo confermasse un tasso di inflazione programmata dell’1,7%, la perdita per un salario di 25mila euro sarebbe di 1.000 euro in due anni. Emergono dunque le vere priorità di questo governo, le cui urgenze rimangono quelle stesse che il nostro paese ha sperimentato in passato: aggirare grane giudiziarie, bloccare l’ascensore sociale garantendo il mantenimento economico e sociale dello “stasus quo” ignorando nei fatti i problemi reali del paese anche attraverso una accurata operazione di marketing dell’informazione. Un governo che volesse definire responsabile la propria azione avrebbe il dovere di rivedere la sua agenda di priorità in funzione dell’esigenze del paese: l’emergenza salariale è una priorità assoluta.L’inflazione è un indicatore in termini percentuali della variazione relativa (nel tempo) del livello generale dei prezzi: ossia indica la variazione del potere d’acquisto della moneta. Un innalzamento del tasso di inflazione da un mese ad un altro, comporta una riduzione proporzionale dei beni acquistabili con quella stessa quantità di moneta: ossia con lo stesso stipendio possono essere comprati meno beni.
Questo indicatore segna oggi un violento temporale. Se si assumesse quel tasso di inflazione programmata per salari e stipendi, sarebbe una tempesta.
In più, vorrei richiamare la vostra attenzione su un fatto politico che a me pare rilevante: con questa decisione il governo entra a gamba tesa sul negoziato tra le parti sociali per la riforma della contrattazione e, nel giro di pochi giorni, è la seconda volta che ciò accade. Ha iniziato infatti il ministro del lavoro con le sue esternazioni sulla deregulation e adesso il ministro dell’economia rilancia. La domanda legittima da porsi a questo punto è la seguente: ma il governo è davvero interessato a una positiva conclusione di quel negoziato?
Allarme inflazione, prezzi, salari, pensioni
3 Giugno, 2008
In questi giorni molte sono state le notizie, i commenti, le prese di posizione in tema di salari e dintorni. L’Istat, per esempio, ci ricorda che la povertà esiste davvero, che le famiglie non ce la fanno ad arrivare a fine mese; l’Istituto stesso ci dice anche che l’inflazione di maggio è arrivata al 3,6% – mai così alta dall’agosto del 1996 – e che nella lista degli apprezzamenti, oltre all’impennata dei prezzi energetici che ci accompagna ormai da mesi, i generi alimentari sono aumentati, in ragione d’anno, del 5,7% e che, addirittura, il pane è rincarato del 12,9% e la pasta del 20,4% rispetto all’anno scorso; la Federconsumatori, che contesta il dato ufficiale ritenendolo sottostimato, ritiene che le famiglie subiranno un aggravio di spesa di 1973 euro annui; il Governatore della Banca d’Italia indica la necessità di riduzione di alcune importanti aliquote d’imposta per migliorare le aspettative delle famiglie; il Segretario generale della Cgil rilancia la priorità di interventi generalizzati a sostegno dei salari e delle pensioni; Veltroni ribadisce che salari, stipendi e pensioni rappresentano una vera e propria emergenza nazionale.
Il Governo, di fronte a tutto ciò che fa? Detassa gli straordinari e abolisce l’Ici. Dà, cioè, un po’ di soldi in più a chi può fare qualche ora di straordinario, nei periodi in cui l’azienda ne ha bisogno e alle famiglie agiate che non erano ricompresse nella cancellazione dell’Ici decisa dal Governo Prodi per oltre il 40% dei possessori di prima casa. Due interventi, perciò, che, al di là di cosa se ne possa pensare nel merito, ed io non ne penso affatto bene, non hanno il carattere di un intervento generalizzato su fasce di reddito da lavoro dipendente e da pensione che, prioritariamente, ne avrebbero un gran bisogno. Se l’emergenza è davvero delle dimensioni descritte c’è bisogno di misure urgenti in grado di sostenere i redditi e rilanciare i consumi. Il Pd le ha avanzate in campagna elettorale e le rilancia oggi. Vanno dal buono di 600 euro per tre milioni di famiglie bisognose, da spendere in negozi convenzionati prevedendo anche il diritto ad ulteriore sconto del 5 – 10%, all’aumento delle detrazioni per produzione del reddito al lavoro dipendente e all’estensione ad un’altra fascia di pensionati, oltre a quella che già ne ha beneficiato, di quella sorta di quattordicesima istituita dal Governo Prodi. E poi interventi fiscali per alleggerire le tasse sul salario aziendale frutto della contrattazione fra imprese e sindacati, finalizzati all’aumento della produttività e a favorire l’estensione della contrattazione e di relazioni sindacali più strutturate e positive per gli interessi dell’azienda e di chi vi lavora.
Pubblicato da achillepas
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