La vergogna dello scudo fiscale

25 Settembre, 2009

imagesCome ricorderete, alla fine di luglio abbiamo approvato un ennesimo decreto sui temi di finanza pubblica e di politica economica, arrivando in quell’occasione al capolavoro di un decreto sul quale – relativamente  ad alcuni problemi – anche da parte della Presidenza della Repubblica si sollevarono questioni di legittimità. Anziché correggere il testo, il governo preferì una via tortuosa, vale a dire mantenere il decreto in questione così com’era – hanno persino imposto la fiducia – e in contemporanea emettere un decreto correttivo. Ora, nella fase di conversione di questo decreto, la maggioranza ha ulteriormente emendato tale provvedimento con un emendamento presentato dal Sen. Fleres che, definire vergognoso e scandaloso, è dire poco. Non solo si produce un ennesimo condono, dopo che vari giuramenti erano stati compiuti dal ministro Tremonti e dal Presidente del Consiglio sulla irreperibilità dello stesso strumento; non solo – come è ovvio – riguarda i soliti noti, per giunta questa volta sempre “più noti”; non solo si compie un’ ennesima ingiustizia, odiosa, verso chi le tasse le paga fino all’ultimo euro e, in particolare, la stragrande maggioranza di lavoratori e pensionati che, anche in virtù della crisi si trovano in condizioni economiche assai difficili; ma, addirittura, si introduce uno scudo fiscale col quale si consente di far rientrare i capitali dall’estero pagando soltanto il 5% – avete letto bene: solo il 5% – ma, soprattutto,  facendo in modo che qualora si venisse a scoprire dalle operazioni conseguenti alla richiesta di adesione al condono stesso, che sono state violate norme molto gravi del nostro sistema, dai reati tributari ad altri, come quello che chi rimpatria i capitali non potrà essere segnalato all’unità di informazione finanziaria di Bankitalia per l’antiriciclaggio neppure se c’è il sospetto di operazioni volte al finanziamento del terrorismo. 

Di questa vergogna si è fatta interprete la Presidente Finocchiaro con un intervento davvero appassionato e molto corretto, che vi invito a leggere.


Un Dpef di rassegnazione e rinuncia

8 Agosto, 2009

imagesNel Dpef poche sono le cose che colpiscono, molte quelle che ci si aspetterebbe di trovare e che, invece, non ci sono. Fra le prime certamente balza agli occhi il dato sulla spesa corrente primaria che aumenta di ben tre punti di prodotto. Ora, in tempi di crisi così drammatici il dato potrebbe, perfino, considerarsi basso: sostegno alle imprese, ai redditi dei lavoratori e dei pensionati, il sistema degli ammortizzatori sociali per difendere il lavoro ecc., tutti interventi che comportano risorse pubbliche ingenti. Interventi  di cui i governi del mondo intero si sono occupati, praticamente 24 ore su 24 dall’inizio della crisi. Invece, leggendo il Dpef si scopre che di quei tre punti solo lo 0,70 per cento riguarda il sistema delle tutele, cosa questa che suscita vivo allarme e conferma che il nostro esecutivo ed in particolare il suo Presidente, di tutto si sono occupati in quest’anno, fuorché di economia in modo organico ed efficace. Oltre il danno, quindi, la beffa: hanno fatto lievitare spropositatamente la spesa, senza alcuna giustificabile e positiva finalizzazione! E sempre su questo fronte, non resta che registrare che il vero e proprio disastro dei conti si completa con quei dieci punti in più di debito pubblico che lo fanno lievitare al 117-118 per cento del Pil nel prossimo triennio. Un’altra cosa che colpisce è la filosofia che sottintende l’intero documento: rassegnazione e rinuncia. Totale assenza di coraggio! Penso all’assenza di scelte espansive a sostegno dell’economia, a misure certe di risparmio di spesa (anzi, la spesa corrente si potrà ridurre con l’attuazione del federalismo fiscale – cioè tra sette anni), all’aumento, addirittura, in piena e drammatica crisi della pressione fiscale quest’anno di ben 0,6 punti di prodotto, all’assenza di ogni idea riformatrice (pensiamo al versante così scoperto delle tutele di chi lavora e di chi il lavoro non ce l’ha, a partire dalle donne; piuttosto alle liberalizzazioni e all’apertura dei mercati chiusi, a partire dal settore energetico). E’ come se il Governo confessasse di non nutrire nessuna fiducia nel Paese che governa (si fa per dire!) e di vivacchiare, di conseguenza, alla giornata, incapace di compiere le scelte che questo grande Paese richiederebbe. E poi i catastrofisti saremmo noi…


Spesa pubblica fuori controllo

4 Agosto, 2009

imagesLe notizie sull’enorme buco dei conti pubblici dimostrano che i nostri dubbi non sono infondati. A fronte di una evasione fiscale che è ripresa a galoppare come non accadeva da un decennio – abbiamo già detto come tale pratica rubi alle casse dello Stato l’equivalente del 18 % di Pil – c’è stato un inspiegabile incremento della spesa pubblica. Da gennaio a luglio il governo, soprattutto nelle figure di Tremonti e Brunetta, è riuscito a spendere 53 miliardi di euro: una cifra folle, se si pensi che per lo stesso periodo nel 2008 la spesa pubblica è ammontata ad “appena” 22.321 milioni. Come si spiega quest’aumento di ben 31 miliardi circa, a cui vanno aggiunti altri 4 miliardi per le spese dell’ultimo mese? Di sicuro, possiamo essere certi che i miliardi sperperati dal governo non sono serviti ad attenuare la crisi economica in Italia, che purtroppo si fa ancora sentire per milioni di famiglie e lavoratori, studenti e pensionati. E infatti, come ha spiegato anche il governatore della Banca d’Italia Draghi, solo un quarto del totale è stato utilizzato per fronteggiare la crisi, con risultati alquanto deludenti. Su questo tema il Partito Democratico darà battaglia, perché è impensabile che i cittadini non siano a conoscenza della destinazione del proprio denaro versato allo Stato. Di fronte a queste cifre, bisognerà fare molta chiarezza, per scoprire innanzitutto come il governo sia riuscito a spendere più del doppio rispetto allo scorso anno, e come e quanti soldi avrà intenzione di investire in futuro per la spesa corrente. Finora non c’è stata nessuna trasparenza, ma soltanto sprechi e prese in giro.


A proposito dell’essere già fuori dalla crisi……

19 Maggio, 2009

imagesGli ultimi dati sul PIL italiano del primo trimestre 2009 smentiscono apertamente l’ipocrisia di Tremonti e Berlusconi, che si ostinano a raccontare la favola della crisi che è praticamente passata. Nulla di più falso: un PIL a – 5,9 % indica che la situazione è dunque tuttora assai grave e impone un atteggiamento di serietà, lucidità e responsabilità per essere affrontata al meglio, cose che finora non si sono verificati da parte del governo. Come se non bastasse, l’Ocse ha reso pubblici i dati sui salari nel mondo, e l’Italia è scivolata al 23esimo posto, dopo Grecia e Spagna. E questo perchè i lavoratori italiani sono i più colpiti dal fisco, il che fa sì che il loro potere d’acquisto sia drasticamente minore di quello degli altri lavoratori. A fronte di questi dati, il governo dovrebbe finalmente smetterla di prendere in giro i cittadini, e delineare finalmente una politica in grado di sostenere davvero l’economia, le imprese e il lavoro. Ciò significa sostenere i redditi dei lavoratori, aiutare le imprese ,specie le piccole, in questa situazione così difficile e applicare misure severe per combattere l’evasione fiscale, in modo da assottigliare il debito pubblico, ormai alle stelle.


Cortine di reddito

4 Marzo, 2009

cartina-europa-satelliteRobert Zoellick, il Presidente della Banca Mondiale ha detto: :«Sarebbe una tragedia, se vent’ anni dopo l’ Europa tornasse divisa». Due decenni dopo la rivoluzione polacca e la caduta del Muro di Berlino, dieci anni dopo l’ingresso delle nuove democrazie nella Nato e cinque anni dopo l’allargamento della Ue, tornano a soffiare venti minacciosi e gelidi di paura. Il grande incubo della nuova Europa si chiama crisi finanziaria globale: ed è un incubo nuovo per i paesi dell’oltrecortina. Un tormento fatto dei disinvestimenti delle grandi multinazionali; fatto dalle logiche del protezionismo più spinto che blocca l’export; fatto di banche controllate locali – alcune anche da istituti finanziari italiani – sull’orlo del baratro; fatti di anni a crescita zero o in decrescita per chi era abituato ad uno sviluppo a doppia cifra.

Che oggi il quadro economico europeo sia particolarmente preoccupante per tutti noi, cittadini dell’unione e non, è una angosciante realtà. Purtroppo una delle cose peggiori che accade quasi sempre durante i periodi di recessione economica è il ritorno alle politiche nazionaliste ed estremiste. L’etnicismo – come ha detto Morin – contrapposto all’internazionalismo. Comunque si voglia leggere, l’unione delle due cose – recessione e spinta politica estremista – spesso genera molti danni.


Mai peggio da 34 anni

2 Marzo, 2009

images2L’Istat oggi, ha certificato una situazione drammatica; il peggior calo da 34 anni a questa parte. Nel 2008 il prodotto interno lordo è calato dell’1% rispetto all’anno precedente e la stima preliminare per il 2009 è del -0,9%.

Peggiora inoltre il rapporto deficit/Pil: nel 2008 si è attestato al 2,7% rispetto al target del governo del 2,6 per cento. In valore assoluto l’indebitamento netto è aumentato di circa 18,7 miliardi di euro, attestandosi a 41,778 miliardi Una condizione economica terribile che è nota a tutti, che tutti conosciamo, ma che in troppi – in primis i membri del Governo – vorrebbero non vedere e non doversene occupare.

E questo perché purtroppo, in questi mesi, non sono stati approntati dei piani anticrisi serii per affrontare la tempesta che i mercati finanziari stanno attraversando e che attacca ogni giorno di più l’economia reale.

Soltanto lo scorso 15 gennaio il Ministro dell’economia Tremonti commentando le stime di Bankitalia parlava di meri “ esercizi congetturali”. Insomma mentre la crisi distrugge la nostra economia – con una cassa integrazione ordinaria che nei settori edile ed industriale è cresciuta solo a dicembre del 525% rispetto allo stesso mese del 2007 – il Governo gira si preoccupa d’altro.

Questa crisi rischia di essere un banco di prova durissimo da affrontare ma potrebbe rivelarsi anche  una incredibile opportunità per compiere molte di quelle riforme di cui il nostro paese ha bisogno: temo però che delle riforme, a Berlusconi ed ai suoi, non interessi granché.


Il crollo della produzione industriale

6 Febbraio, 2009

imagesSecondo l’Istat è scesa del 4,3% nell’anno e del 12 per cento a dicembre, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Drammatica la situazione nel settore dell’auto: – 18 % sull’anno e – 48% nel mese di dicembre. E’ la quarta forte caduta consecutiva mensile della produzione industriale: una flessione del 7,5% con un tendenziale in calo dal maggio scorso. L’indice della produzione industriale corretto per giorni lavorativi, ha segnato a dicembre le variazioni tendenziali negative più marcate nei settori dei mezzi di trasporto (-31,5%), della lavorazione di minerali non metalliferi (-25,3%), della gomma e materie plastiche (-25,2%) e della produzione di metallo e prodotti in metallo (-22,4%).

 


al via il World Economic Forum

28 Gennaio, 2009

images8Oggi si è aperto il World Economic Forum di Davos l’evento globale che riunisce i più alti esponenti della finanza, dell’economia e della politica e la cui parola d’ordine di quest’anno sembra essere collaborazione. L’incontro si è aperto – in un clima di grande preoccupazione per la crisi che sta investendo tutte le maggiori economie mondiali, la più grave dal periodo della seconda guerra mondiale – con le parole del leader cinese Wen Jabao sulle opportunità che pur tra enormi problemi questa periodo difficile porta con se. Per i tre anni successivi – il Presidente di Morgan Stanley Asia Roach – prevede a livello globale una crescita “anemica” che potrà arrivare al massimo al 2,5% annuo, la metà dei tassi di sviluppo al 5% della metà degli anni 2000. Ci attendono anni difficili; anni in cui la nostra economia dovrà dimostrarsi in grado di saper innovare rispettando i talenti e la dignità dei lavoratori e valorizzandone le capacità ed i meriti.


un Decreto nato con finalità giuste, diventato subito insufficiente

30 Novembre, 2008

images4Abbiamo licenziato il 28 novembre il Decreto noto come salva banche. La ragione che sta alla base di questo provvedimento – che è stato il primo, adottato dal Governo, all’indomani del disastro dei mercati finanziari – è la necessità ed urgenza di garantire la stabilità del sistema creditizio e la continuità nell’erogazione del credito alle imprese e ai consumatori. In sostanza lo Stato ha concesso garanzie sulle passività agli Istituti di credito per metterli al riparo da ulteriori scossoni dei mercati finanziari internazionali. Finalità, quindi, giuste e condivisibili anche da noi. Peccato che sia successo che, a distanza di due mesi da quando il Decreto è stato approvato dal Consiglio dei ministri, l’obiettivo di garantire che le linee di credito verso le imprese e i consumatori, non si sia per nulla realizzato e che il Governo non abbia provveduto di conseguenza, o con interventi aggiuntivi al provvedimento in discussione, oppure modificando questo stesso testo, recependo le proposte che abbiamo avanzato. Ovviamente nulla di tutto questo si è realizzato, il credito si è fermato e molte piccole aziende si sono trovate con le linee di credito interrotte e rischiano di chiudere. E così si è determinata una sorta di inefficacia – relativamente a questa finalità – del Decreto stesso. E’ come se esso fosse gia vecchio e passato, sostanzialmente inutile, se non per la parte che riguarda la stabilità del sistema creditizio. Quindi, per una volta che questa maggioranza era intervenuta tempestivamente e positivamente su una vicenda dell’economia del nostro paese, raccogliendo anche il nostro apprezzamento (salvo evidenziare da subito il rischio che questo problema potesse non essere affrontato con l’efficacia necessaria; quasi ce lo sentissimo che così poteva finire), sono riusciti a lasciare a metà il lavoro. Da qui la nostra astensione.

 


Il nuovo decreto che dovrebbe fronteggiare la crisi

26 Novembre, 2008

La CISL solo due giorni fa nel suo rapporto sull’industria ha stimato in 900.000 i posti di lavoro a rischio. In un momento del genere, un Governo con un minimo di responsabilità e senso dello Stato aprirebbe subito un confronto in Parlamento e con le forze sociali per affrontare davvero l’emergenza. Crisi che pagheranno, per primi, le donne e i giovani perché sono i soggetti più rappresentati tra i contratti a termine e tra quelli atipici, come aveva già denunciato la Cgil. Con l’opposizione non c’è traccia di confronto. Anzi! Proseguono gli insulti. Con le parti sociali il Governo ha fatto finta di riceverli – non credo che siano stati neppure attenti alle osservazioni che tutte le parti sociali hanno sollevato – e hanno scritto il decreto 185. Risultato: un decreto cosiddetto anti-crisi assolutamente inadatto a fronteggiare quella vera emergenza che abbiamo di fronte. Basti pensare ad esempio, innanzitutto, all’assenza di un intervento forte e strutturale sui salari e le pensioni e, poi, ad una serie di misure sulle quali – fermo restando che avremo tante altre occasioni per ragionare di questo decreto – vorrei richiamare la vostra attenzione:

-        il taglio ai fondi per il risparmio energetico nell’edilizia, usati già da 230.000 famiglie. Pensiamo alla vita quotidiana: c’è chi, certo del bonus fiscale per gli interventi nell’eco-edilizia ha sostituito la caldaia con un modello più efficiente, chi ha cambiato gli infissi, chi ha scelto il solare termico o i pannelli fotovoltaici, chi ha ristrutturato la propria abitazione con criteri per migliorare l’efficienza energetica. Interventi economicamente importanti per famiglie e per l’economia: un volano di affari superiore ai 3 miliardi di euro, che ha permesso anche l’emersione del sommerso e l’attivazione di una nuova economia. Un settore dell’economia assai importante in generale, ma anche per il forte radicamento delle piccole e medie imprese, che così si qualificano in un mercato avanzato e in linea con gli altri Paesi europei;

-        la ricerca che, già penalizzata a giugno dal taglio dell’ICI coperto proprio con i fondi che il governo Prodi destinava al settore, subisce un’altra mazzata con l’abolizione della maggiorazione del credito di imposta per le imprese che investono in ricerca e innovazione;

-        la borsa della spesa, per la quale Tremonti aveva promesso interventi mirabolanti intervenendo su pedaggi e bollette, salvo dover, in tutta fretta, smentire il blocco delle tariffe di gas ed elettricità e dei  pedaggi autostradali, in quanto di competenza dell’Autorità per l’energia. Perché non si è intervenuti sull’aumento dei prezzi dei beni alimentari, arrivati alle stelle? E con tutto che per ogni euro speso dai consumatori solo 17 centesimi arrivano ai produttori, il che dà la dimensione della speculazione in atto;

-        gli incentivi alle famiglie che, al di là della inadeguatezza, degli errori d’impostazione e del come hanno reperito le risorse spostandole da un capitolo all’altro, a conti fatti non faranno guadagnare ai cittadini un solo euro poiché i benefici – anche per i pochi che ne avranno diritto – saranno annullati dal debito che ogni singolo cittadino dovrà pagare per sostenere i costi dell’operazione Alitalia, che in modo irresponsabile il governo ha caricato sulle tasche dei contribuenti. La cifra stanziata dal governo per la copertura del bonus, infatti, è pari a 2,4 miliardi, e i costi dell’operazione Alitalia a carico degli italiani ammontano, ad oggi, a quasi 3 miliardi ;

-        l’indennità di disoccupazione che, per estenderne la copertura, stanzia soltanto 100 milioni all’anno di risorse aggiuntive, poiché per il resto le risorse si reperiscono sottraendole ad altre finalità di prima rilevanza del Fondo per l’Occupazione;

-        i lavoratori precari che perderanno il lavoro, per i quali non c’e’ sostanzialmente nulla. Anche in questo caso, a costo di sembrare tignoso, torno su un altro grave errore del Governo: togliere l’Ici ai più ricchi, che è costato 3 miliardi a noi tutti. Bene, a fronte di quei  miliardi ci si dice ora che non ci sono altre risorse che quel “precario” bonus pari al 5% del reddito dell’anno precedente. Cioè niente. E in più non c’è traccia di una necessaria riforma di tutti gli ammortizzatori che tuteli davvero tutti i lavoratori, al di la del settore di appartenenza, o del contratto che ha sottoscritto; l’articolo 23 della manovra anticrisi del Governo che apre la via alla realizzazione di project financing con valorizzazioni private senza alcun controllo da parte dei comuni: un regalo alla rendita urbana e al tempo stesso velleitario e irrealizzabile perché contrario alle norme vigenti.  E per le opere pubbliche? Solo propaganda perché la riunione del Cipe, che dovrebbe sbloccare i fondi per i cantieri, è stata rinviata per l’ennesima volta; non esiste alcuna risorsa aggiuntiva, essendo i fondi di cui parla Berlusconi dirottati dal Fondo per le Aree Sottoutilizzate e sull’utilizzo di questi fondi non c’è ancora accordo con le regioni.