C’è chi tutela e chi no

imagesC’è chi tutela e chi no Noi intendevamo stabilire regole finalizzate alla garanzia di tutele, loro vogliono limitare gli obblighi e ridurne le rispettive sanzioni. Insomma la nostra esigenza era ed è garantire misure ed interventi adeguati a tutelare la vita, la salute e l’integrità fisica dei lavoratori e quella di costruire una coscienza collettiva diffusa sulla sicurezza nel lavoro. Sui loro obiettivi non voglio esprimermi. Il T.U. sul sicurezza del lavoro – emanato lo scorso anno dal Governo Prodi – verrà modificato per non dire stravolto: il governo intende infatti modificare circa la metà degli articoli. In alcuni casi si tratta di revisioni di carattere formale, in altri invece le modifiche sono di tipo culturale e politico. Di questo si è discusso venerdì scorso durante un lungo Consiglio dei Ministri. Innanzi tutto tra le altre modifiche, credo sia grave aver cancellato, tra le ipotesi di sospensione dell’attività, il riferimento alle violazioni in materia di orario di lavoro e di riposi. E’ preoccupante l’indebolimento della rappresentanza dei lavoratori attraverso una differente ripartizione delle somme del Fondo previsto dall’art. 52 del decreto 81; ed incomprensibile lo stravolgimento delle norme sulla sorveglianza sanitaria in cui c’è un incomprensibile ritorno al passato sulla gestione della cartella sanitaria e di rischio. Deleterie, perché in contrasto con le garanzie di tutela, appaiono poi le modifiche che riguardano la valutazione dei rischi per cui le apparenti semplificazioni formali possono potenzialmente avere invece conseguenze sostanziali, incidendo sul livello di certezza di applicazione delle regole. Assurdo e pericoloso risulta l’affidamento della certificazione della correttezza dei sistemi di gestione in materia di salute e sicurezza da parte degli enti bilaterali e delle Facoltà di Diritto del lavoro. Tale certificazione deve essere affidata allo Stato o, come avviene in tutto il mondo, ad autorità in materia. Sugli appalti attendo prima esprimere una valutazione. E comunque si conferma il principio per il quale il governo nel propagandare l’obiettivo di venire incontro alle aziende, rischia (o punta?) di premiare quelle non virtuose. Per quanto riguarda le sanzioni, alla conferma dell’ipotesi di arresto obbligatorio (da 4 ad 8 mesi) nel caso di mancata valutazione del rischio nei settori più pericolosi, fa da contraltare una diffusa riduzione dell’entità delle sanzioni.

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